mercoledì 28 luglio 2021

I REALISTI TERMINALI PER FRANCO LOI

Nel primo mese dalla scomparsa di Franco Loi i Realisti Terminali lo ricordano con gratitudine.

I REALISTI TERMINALI PER FRANCO LOI

I REALISTI TERMINALI PER FRANCO LOI

Nel primo mese dalla scomparsa di Franco Loi i Realisti Terminali lo ricordano con gratitudine.

La poesia di Loi può essere un buon precedente per il nostro lavoro: la poesia dialettale è fondamento su cui si accatastano le altre lingue ospitate nelle metropoli.

I Realisti Terminali si collegano fra di loro aprendosi all’esterno giovedì 4 febbraio alle ore 21.00.

La partecipazione è aperta a tutti, e tutti sono invitati a collegarsi utilizzando il seguente indirizzo:

https://meet.google.com/tbf-cgth-tft

Chi desidera  può mandare una frase nel proprio dialetto, con traduzione, dedicata proprio a Franco Loi, e/o un video con la lettura della frase con traduzione.

i contributi possono essere spediti via email al mio indirizzo: oldaniguido@gmail.com

Franco per me è stato un grande amico ed un maestro, per questo gli ho dedicato con affetto uno scritto nelle pagine di Agorà su Avvenire, pubblicato il 5 gennaio scorso e che riporto qui integralmente.

CARO FRANCO, AMICO E MAESTRO

“Caro Franco, amico e maestro…”, così incomincerei la mia telefonata se dall’altro capo del filo ci fosse ancora Franco Loi a riceverla, ma non c’è più ed è proprio per questo che scrivo.

Franco Loi era uno dei pochi poeti, della fine del ’900, che si è sicuri siano tali. Niente salotto, niente accademia a spanne, neppure la pasticceria poetica tanto diffusa o lo stile del tardo ’900 che ha imbalsamato la poesia italiana. Ho sentito così bene la tempra del suo messaggio poetico che quando ho dovuto dare il via alla Collana di poesia Argani, presso l’editore Mursia, scelsi di pubblicare lui, perché ero certo che non me ne sarei mai vergognato in futuro e questo posso dire oggi, mentre intorno al suo feretro si accendono le candele.

UN NOME SICURO

Mi occorreva un nome sicuro, per avviare la Collana, sapendo della paralisi nella cultura d’Occidente e del tremore parkinsoniano nella nostra poesia attuale. Loi è stato il Carlo Porta del ’900, degno successore di quel Delio Tessa, poeta dialettale lombardo, che sarebbe ora di togliere dal chiuso degli scaffali.

Se oggi il modo di vivere e la povera ideologia circolante è quella di bruciare tutti in volata, i volanti durano l’espace d’un matin, quelli che rimangono sono i grandi passisti, così come la memoria dei ciclisti scalatori.

Loi costruisce la sua lingua lombarda, e milanese in particolare, con un paziente lavoro di artigianato letterario. Mette insieme il genovese del padre sardo con l’emiliano della madre ma lui, bambino, saprà crescersi il proprio milanese all’ombra della Madonnina, negli scali ferroviari, nella sua storia di antifascista, non odiando nessuno e ricordando persino i nemici con rispetto.

LA CENSURA DI FACEBOOK

Proprio di recente, in un’intervista rilasciata ad “Affaritaliani”, Loi ribadiva questo concetto, ottenendo la censura di Facebook. È allora che gli ho testimoniato solidarietà, con un testo poetico pubblicato sullo stesso quotidiano citato.

Contrariamente a quello che scriveva Pasolini, che cioè la «garrulitas» del dialetto lombardo non potesse condurre alla poesia, Loi otteneva risultati lirici quasi impensabili. Le regole non esistono mai nella letteratura, neppure se a tentarle interviene il magistero di Pier Paolo Pasolini. Anzi, mi verrebbe qui da dire che i due, Loi e Pasolini, abbiano dimostrato una qualche analogia nel proprio coraggio civile.

LA GRANDE PIETRA DI MAGRITTE

Il dialetto di Loi ricorda quella grande pietra di Magritte che il pittore innalza nel cielo come se fosse una nube. Loi è poeta che sa prendere la callosità del dialetto lombardo e farlo volare liricamente come una piuma, «…A num ghe par de viv del nost savè/ ma sem ’n’umbra del su, un sfris de nient,/e lé, l’amìsa scura, la laura/ cume quj ragn che spien nel tasè».

LA LINGUA DI CALCESTRUZZO

Sapeva benissimo che nell’accatastamento metropolitano delle lingue, il dialetto rappresenta quella in calcestruzzo, fondamento sopra la quale tutte le altre si accumulano. La sua lingua è un Atlante che porta sulle spalle, sudando, il peso del mondo. Ho troppa emozione per cercare nel mio caos fotografico le tante immagini che documentano molte vicende trascorse insieme.

Da New York, a Cagliari, a Milano, ripetutamente lungo i decenni. Proprio dieci anni fa, noi amici intimi, da lui invitati,gli  abbiamo dedicato dei testi poetici che sono stati poi riassunti in una affettuosa indimenticabile plaquette, esordita al Teatro Parenti di Milano. Era poeta capace di parlare di una grande spiritualità ma anche della concretezza nella poesia civile, quando non disdegnava persino di esprimere lo sport calcistico, luogo della vena popolare.


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